Il libro La Guerra dei Rossi

Questo libro di Gian Ettore Gassani è la raccolta di storie di vita forense di uno dei più famosi avvocati matrimonialisti italiani, che con orgoglio ha posto l’accento sul ruolo dell’avvocato nel processo e nella società e ha descritto con un linguaggio scorrevole e graffiante i profondi cambiamenti culturali del nostro Paese negli ultimi decenni.

Questa volta l’autore non racconta soltanto di crisi di coppia, ma di conflitti tra genitori e figli, di padri che non sono mai stati papà e di madri che non sono mai state mamme.

L’ennesima emozionante testimonianza di un avvocato-scrittore, alle prese, nella sua bottega, con le vicende familiari più difficili e drammatiche che si sono consumate prima e durante il Covid-19.

Il racconto contiene il “Manuale del perfetto fedifrago”, un capitolo dove, fra ironia e dissacrazione dei più diffusi luoghi comuni, si danno consigli preziosi per prevenire o affrontare, sia dal punto di vista legale che sociale, queste situazioni.

"Gli gli innocenti portatori di dolore"

(prefazione di Maurizio de Giovanni)

Ho la fortuna di vivere sulla sommità di una collina che affaccia sulla città, una distesa multicolore a perdita d’occhio di edifici disarticolati e disordinati e di strade e piazze sempre brulicanti di veicoli e persone.

Questo assurdo periodo di solitudine e distanziamento ha prodotto un cambiamento sostanziale nel panorama, e mi sono ritrovato a osservare per ore da dietro le lastre un deserto innaturale di silenzio e di assenza, sul quale i gabbiani volteggiavano sorpresi, quasi a disagio. Guardavo questa moltitudine di finestre e balconi serrati, fermi in un tempo sospeso. La città sembrava abbandonata dalla sera alla mattina, evacuata in fretta, lasciando tavolini ammassati e sedie impilate all’esterno dei bar, manifesti di spettacoli mai rappresentati, automobili mal parcheggiate a impolverarsi nel vento, ormai unico padrone della strada.


Eppure, all’interno di quei palazzi la vita proseguiva, secondo nuovi ritmi e nuovi parametri. E all’interno di quelle famiglie, abituate a rari e frettolosi contatti, si sviluppavano nuove profondità di relazione e nuovi rancori.

Scrivo di crimini passionali.

Sono abituato a cercare nei fatti di cronaca gli aspetti sentimentali, quelli universali e narrativi, che si prestano a costruire storie che rimangono nel cuore dei lettori. Raccontare è un modo di rappresentare emozioni di cui raramente abbiamo la forza o il coraggio di parlare. Ed è tristemente frequente che la realtà, il brutale racconto degli avvenimenti superi di gran lunga la fantasia più sfrenata e che il telegiornale sia più agghiacciante e atrocemente assurdo di ogni possibile invenzione dello scrittore.

Il lockdown e la parziale chiusura sociale che lo ha preceduto e seguito, e che in buona sostanza ancora dura, sono stati una dimensione sociale dalla portata e dagli effetti non prevedibili e per la maggior parte perniciosi. Le statistiche, che troverete in queste pagine, raccontano con la freddezza dei numeri un’esplosione delle violenze domestiche, del femminicidio, della sopraffazione e delle prevaricazioni. E, con ogni probabilità, delle separazioni tra coniugi.

La famiglia, questo istituto così antico e così traballante, ha retto poco al colpo del contatto forzato, dell’espandersi del tempo insieme, dello spazio ristretto. E a farne le spese sono stati, al solito, i più deboli.

I libri di Gian Ettore Gassani sono frustate sulla carne viva della sensibilità affettiva, e questo non fa di certo eccezione. Il suo dolente e coinvolgente punto di osservazione è quello dello straordinario professionista chiamato in aiuto da una delle parti, ma anche del padre di famiglia che non riesce a
sviluppare una corazza di insensibilità per proteggersi da quello che è costretto a vedere.

Il racconto, lo capirete leggendo, diventa necessario. Non un voyeuristico occhio che guarda dallo spioncino quello che succede al di là delle porte chiuse, ma la sofferente analisi degli effetti di piccoli errori, all’apparenza irrilevanti, che invece costituiscono il seme di devastanti guerre civili che non fanno prigionieri e che soprattutto, come il fallout di una bomba nucleare, propagano i propri effetti a distanza di anni e anni, deviando sotto l’aspetto affettivo generazioni di innocenti in nome di un ristretto ed egoista interesse immediato.

I bambini.

I teneri bambini. Diventano il campo di battaglia, il territorio da minare e da bombardare per colpire e uccidere l’avversario. Nella finzione di tenere presente il loro interesse si perpetrano delitti e infamie che proprio su di essi bambini si ripercuotono, inevitabilmente.

Soffrirete, leggendo: non posso e non voglio nascondervelo.

Soffrirete e parteciperete insieme allo scrittore, che non farà sconti perché questa non è materia che si può scontare, della tempesta perfetta che si sta verificando dietro molte delle finestre che da lontano sembrano deserte.

Soffrirete nel non poter intervenire, nel non poter far niente per aiutare gli innocenti portatori di dolore. Vi verrà voglia di gridare e di chiamare aiuto, per impedire il male e la dannazione che emergeranno dai racconti.

Perché ogni singola storia, ogni fatto di cui Gassani vi racconterà, vi sembrerà avvenire proprio nel vostro palazzo, sul vostro pianerottolo, nell’appartamento di fianco al vostro.

E magari sarà proprio così.


Gian Ettore Gassani e Adriana Pannitteri intervistati
dal giudice Valerio de Gioia.

"Buonanotte amore mio"

(prefazione di Valerio de Gioia)

— E vissero tutti …
— … felici e contenti.
— Buona notte amore mio.
— Papà?
— Sì?
— Ma la nonna è morta?

Ecco, lo sapevo … prima o poi me l’avrebbe chiesto. Tanto vale essere sincero. Del resto è una cosa naturale, succede… in questo caso un po’ troppo presto, ma succede.
— Sì.
— E chi l’ha uccisa?
— Ma come chi l’ha uccisa? Nessuno amore mio: la nonna purtroppo si è ammalata ed è morta. Dormi, non ci pensare, lei sta in cielo e da lassù ci vede e ci protegge.

Cecilia, tre anni e mezzo, il nome della nonna e gli occhi azzurri della madre, grandi come la curiosità che agita le domande impertinenti della sua età.
Il fatto che una settimana prima abbia chiesto chi avesse rubato la macchina, in realtà venduta, e domandato emozionata, vedendomi in foto con un gruppo di Carabinieri, se mi avessero arrestato, mi ha dato due certezze: la deformazione professionale è ereditaria e farla addormentare deve rimanere una prerogativa materna.

La risposta, evidentemente rassicurante, coglie però nel segno: finalmente si addormenta, me ne accorgo dal respiro che si fa sempre più profondo, lento, con un ritmo contagioso.


Uno sbadiglio mi allarma. Non devo cedere alla stanchezza, adesso inizia la fase più difficile: la fuga.
Non c’è manovra più intricata dell’evasione dal letto di una figlia: un mix tra il gioco dello “Shangai” e dell’“Allegro chirurgo”, complicato dal buio e dall’abitudine della bambina di dormire a “quattro di bastoni”. Solo il caso e un’abilità fuori dal comune, guadagnata sul campo e nel corso del tempo, consente di non sfiorare le braccia o le gambe che di notte si trasformano in lunghi tentacoli, recettori sensibili ad ogni più piccolo movimento o contatto.

Un improvviso scotimento del materasso o un semplice scricchiolio dei tendini – i papà lo sanno bene –, vanificano l’intera operazione: non sono ammessi errori.


I piccoli hanno la rara capacità di avvertire ogni minima incertezza: muniti di una sorta di sesto senso, percepiscono ogni tentennamento e, cosa ancora più preoccupante, non distinguendo tra dolo e colpa, ti fanno pagare a caro prezzo anche la più piccola distrazione.

Se si sveglia adesso si riparte dal via e stasera non me lo posso permettere. Non ho né la voglia né la forza.
Domani sarà una giornata impegnativa: un’altra udienza con processi le cui vittime, dirette o indirette, sono perlopiù bambini, spesso non più grandi del cucciolo che ho appena fatto addormentare, che subiscono la cosiddetta violenza assistita.


Alle volte penso che il codice, oltre ad impormi di dare del tu a quel minore presente in udienza, dovrebbe obbligarmi a dargli un abbraccio, una carezza così da fargli capire che non è colpa sua se le cose non vanno, se si trova lì in quel momento.

Ma soprattutto vorrei che capisse che quegli adulti che vede all’interno dell’aula, nascosti dalle pesanti toghe nere e da un linguaggio incomprensibile, stanno lavorando con un unico obiettivo: che il prima possibile qualcuno la sera torni a dirgli “buona notte amore mio”.

Valerio de Gioia


Il piccolo Silvestro

(postfazione di Adriana Pannitteri)

Ero giovane e senz’altro inesperta quando varcai la soglia di quella casa in una delle periferie brutte di un paese del napoletano. Ricordo l’odore nelle narici di sugo sempre buono che si spandeva nell’androne squallido ma non riesco a rintracciare nella mia memoria come e perché fossi entrata in contatto con il legale di un uomo che, diverso tempo prima, era stato coinvolto in un caso di pedofilia che si era concluso con la morte di un bambino.

Il piccolo si chiamava Silvestro, aveva solo 8 anni, e chi come me si è nutrito del frutto amaro di tante storie di cronaca si ricorderà di quella vicenda atroce e ancora per certi versi oscura.

Il signore, appena uscito dal carcere, cercava forse una riabilitazione morale ma era davvero difficile pensare che per lui o per gli altri due – con i quali era addirittura imparentato – ci potesse essere perdono. La sua posizione risultò la meno compromettente. Pare avesse “soltanto” aiutato suocero e genero a nascondere il corpicino straziato di quel bimbo che si era ribellato alla trappola dei soldini per qualche servizio che si era rivelato un abuso di natura sessuale. Perpetuato nel silenzio, dentro un appartamento d una vecchia palazzina.

Guardavo quell’uomo sdendato, con le rughe che gli segnavano la fronte, gli occhi impauriti dai suoi stessi fantasmi e dal terrore che doveva aver provato poi dentro il carcere dove uno degli arrestati era stato ucciso. La chiamano la giustizia fai da te dei penitenziari, la vendetta contro chi tocca i bambini, un codice d’onore antico e fino a oggi in vigore.

In un dialetto fitto, difficile per me da decifrare, raccontava una storia che faceva venire i brividi. “ Io non ho fatto niente – diceva – ma loro mi hanno costretto. Mi ordinarono di aiutarli a nascondere il corpicino…. Perché non li ho denunciati? Non lo so, eravamo parenti e avevo paura. Una volta la porta era socchiusa e li ho visti: mio suocero e mio genero, due poco di buono, con quel ragazzino. Aveva i pantaloncini abbassati ma che potevo fare? “. Tra una frase e l’altra scoppiava a piangere e mi guardava come un cane bastonato pensando, forse, che io potessi accettare la sua inettitudine e quella frase incredibile :”io non ho fatto niente”.

Ogni volta che tentavo di raccapezzarmi sulla pochezza di quei tre individui mi prendeva la nausea e non osavo pensare alla mamma del bimbo che aveva subito tutto quell’orrore. Il cuore cominciava a battere forte e dovevo fermarmi per respirare. Cominciavo a contare, come ci hanno insegnato per rilassarci, ma non c’era disciplina che potesse placarmi.

Da quella data, per il mio lavoro al telegiornale, e per quella che poi è diventata una mia necessità personale, sono entrata in case nelle quali si erano consumate violenze, delitti, scomparse, dicendomi che qualcosa volevo comunque capirla.

Dovevo chiedermi che cosa succede nella mente delle persone e trovare risposte. Dovevo sapere perché si può fare del male avendone coscienza o al contrario in modo stolido, superficiale, arido.

Un grande psichiatra che ho avuto la ventura di conoscere, Massimo Fagioli, diceva che oltre alla violenza manifesta esiste l’anaffettività che si nasconde anche tra coloro che sembrano educati e gentili. Si insinua nella vita delle persone per ragioni profonde e non sempre per povertà e degrado.

Altera la percezione dell’altro e di se stessi e diviene talvolta vera e propria malattia, subdola, difficile da individuare e da guarire, sebbene – sottolineava – sempre affrontabile. Sosteneva che non si nasce cattivi ma questa affermazione da principio non aveva placato i miei dubbi. Se non avessi acquisito nel tempo la consapevolezza di tutto questo non avrei potuto dialogare con lo stupratore rinchiuso da anni in un carcere di Milano ( “non potevo trattenermi – diceva – dovevo farlo”); con i troppi uomini che picchiano le donne e arrivano anche a ucciderle (“non poteva lasciarmi, non potevo restare solo, dovevo punirla”); con le madri che uccidono i loro figli (“ lo amavo ma pensavo fosse il diavolo e l’ho eliminato”); con i ragazzi che nelle comunità terapeutiche cercano di liberarsi dalla
droga (“non posso vivere senza… ho troppa paura”); con gli adolescenti che hanno tentato il suicidio per il dolore di stare al mondo (“Che senso ha esistere se tutto attorno è malvagio”); con i serial killer che uccidono provando piacere (“ho ucciso quella ragazza e l’ho fatta a pezzi”), e ancora – per citare un caso assai conosciuto - con Ferdinando Carretta, l’uomo che sterminò la sua famiglia fuggendo in Gran Bretagna dove fu rintracciato da un valente collega della trasmissione “ Chi l’ha visto” e che ho poi incontrato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere nel mantovano.

Entrando nelle carceri e in quelli che un tempo venivano chiamati manicomi criminali ho toccato tutto il dolore e la pazzia che gli esseri umani possono sperimentare.

Ho dovuto imparare sempre di più a respirare contando e a resistere ai brividi che il mio corpo provava ogni volta che varcavo la soglia di quei luoghi. O che non mi abbandonavano anche fuori.
Nel paese della retorica e del buonismo a tutti i costi questa carrellata dell’orrore può sembrare solo cinismo. Ma saremmo degli illusi se non comprendessimo che le relazioni umane possono dare gioia ma anche sofferenza e che troppo spesso sono i più fragili a pagare un prezzo inaccettabile.

Sono trascorsi 30 anni dall’approvazione alle Nazioni Unite della Convenzione sui diritti dell’infanzia, il primo strumento di tutela internazionale per proteggere i bambini dagli abusi e dallo sfruttamento.

Tra gli articoli cardine c’è il principio di non discriminazione, il diritto alla vita, il cosiddetto rispetto dell’interesse superiore del minore che ogni ordinamento deve considerare preminente. Persino l’ascolto delle opinioni del bambino, quando sia coinvolto in un procedimento legale a qualsiasi titolo.

Se ne è fatta di strada dalla vecchia concezione del diritto di famiglia nella quale vigeva il dominio incontrastato – anche rispetto alla moglie – di vita e persino di morte come accadeva nell’antica
Roma.

Ma i bambini, nonostante le dichiarazioni di principio, sono ancora abusati o mandati a morire come i soldatini delle troppe guerre decise dai grandi; sono manodopera a poco prezzo e non solo nei paesi del cosiddetto terzo mondo; sono persino amati all’eccesso e quindi trasformati in piccoli despoti da genitori che non hanno imparato a coniugare rigore e affetto, o sono arma di ricatto e di vendetta nello sgretolarsi di relazioni coniugali insulse e litigiose.

Non mi stupisce che qualche tempo fa un ragazzino di Torino si sia allontanato dalla propria casa dicendo che “non ce la facevo più a sentire i miei genitori che litigavano”.

I bambini – nonostante le pubblicità da Mulino Bianco – sono ancora notizia di cronaca nera come è accaduto a Novara dove il piccolo Leonardo è morto straziato da calci e pugni a soli due anni per opera della madre e dal nuovo compagno. Forse erano imbottiti di cocaina, forse non capivano, ma nel silenzio delle istituzioni e dei soliti vicini di casa Leonardo è stato ucciso.

Non credo che ci siano pene e sanzioni in grado di scoraggiare questi e altri comportamenti. Le leggi devono sempre fare la loro parte e devono con chiarezza colpire chi si macchia di tali delitti. Negli ultimi anni, grazie alla pubblicazione di libri dedicati a questi temi, sono entrata in contatto con migliaia di studenti nelle scuole, una esperienza unica e preziosa.

Questi ragazzi sono talvolta spacconi e pronti a trasformarsi in branco come piccoli lupi in cerca di un capo. Ma sono più spesso smarriti e insicuri, bisognosi anch’essi di fare domande e di trovare risposte come lo ero io quando mi sono affacciata al mestiere di giornalista. Le vite degli altri possono accontarci molto anche della nostra vita se riusciamo a entrarci dentro e a mostrare le nostre debolezze. Anche a un bambino di quinta elementare si può spiegare che ci sono sentimenti come la rabbia o l’invidia che dobbiamo saper affrontare senza farci travolgere.

Dobbiamo lavorare con le emozioni, con quella parte più profonda di noi nella quale talvolta si annida il dolore e la paura.

Per diventare adulti che sanno stare nel mondo con tutte le difficoltà, la tristezza ma anche l’entusiasmo che le relazioni umane possono regalarci.


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